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Ricostruire le comunità colpite o il terremoto cambierà per sempre le Marche

Le 3:36 del mattino del 24 agosto 2016. Ricordo la sensazione. Il letto che fluttua come fosse nel vuoto. Mi sono voltato sull’altro fianco nel tentativo di riaddormentarmi. Avvolto in una sorta di dormiveglia, pensavo fosse la mia immaginazione dato che, non so il motivo, io ogni tanto il terremoto lo sogno. Questa volta no. L’ho capito dopo. Quando mi sono ridestato avevo i muscoli indolenziti e un grande senso di ansia. Ormai sono sveglio. Sul comodino il cellulare squilla in continuazione. Prendo e lo guardo mentre tento di mettere a fuoco lo schermo del mio Iphone. Infiniti messaggi e decine di chiamate. Richiamo il collega Francesco Benigni che non mi lascia parlare: «Ste, c’è stato il terremoto! Ma non l’hai sentito? Sto scrivendo la notizia». Mi alzo. In tv sento i primi notiziari che parlano di danni ad Arquata del Tronto e realizzo che anche le Marche sono state colpite. Questo cambia tutto. Mentre controllo Facebook e Twitter un ricordo mi trapassa la mente: quello di un mio articolo di cultura su varie reliquie religiose presenti nelle Marche scritto anni prima per una rivista locale. Tra queste c’era la Sindone di Arquata del Tronto. E infatti, scorrendo la rubrica del cellulare, trovo ancora il numero di una referente della Pro Loco e di un dipendente comunale. Li chiamo. La prima farfuglia qualcosa che non capisco. La seconda chiamata è quella giusta e lui non poteva essere più chiaro. «Pescara non c’è più! Pescara non c’è più!». Scopro così dell’esistenza di una frazione di Arquata: Pescara del Tronto, una piccola bomboniera arroccata sulla parete dell’appennino ascolano, a pochi chilometri dall’epicentro.


Si parte. Con me c’è il collega giornalista di E’Tv Marche Lucio Cristino e il cameraman Antonio Violet. In macchina si parla poco, si ascoltano le flash news ai notiziari radio e capiamo che dobbiamo prepararci al peggio. Quando arriviamo sono le 6:00 circa. Ci buttiamo in mezzo alle macerie. C’è un punto panoramico, una specie di balconata con due panchine. E’ adatto per fare alcune riprese. Ma quale punto panoramico, quali panchine…Erano due divani posti su quanto rimaneva del pavimento di una casa, franata in una voragine di almeno 10 metri proprio sotto di noi. Arriva una scossa. Fortissima. Ci piega le ginocchia e ci allontaniamo subito.Ci saremmo resi conto solo i giorni successivi di quanto avevamo rischiato. Mentre ci spostiamo incontriamo alcune persone che stanno lasciando le proprie case. Sono infreddoliti e sotto choc. Sento le urla provenire da sotto le macerie. Dall’altra parte la disperazione di chi non trova più un familiare. «Casa mia non ci sta più! Nemmeno la chiesa Renà, non ci sta più Pescara. E’ la fine del mondo!» urla al telefono una donna. E’ l’inizio di tutto. La cronaca di una tragedia immane. Da quel giorno il terremoto ha colpito il Centro Italia a ripetizione. Soprattutto con 3 scosse: la prima alle 19:11 del 26 ottobre di magnitudo 5.4, la seconda 2 ore dopo di magnitudo 5.9 e la terza il 30 ottobre mattina intorno alle 8 con una scossa di magnitudo 6.5. Un flagello che ha devastato la provincia di Macerata, soprattutto le aree di Camerino, Tolentino, Visso, Ussita e Castelsantangelo sul Nera (epicentro dei primi due sismi). Per fortuna nessun morto, solo grazie alla prima scossa, che ha fatto fuggire tutti quando poi è arrivata la seconda. Poteva essere un’ecatombe. Per fortuna solo danni. Ma sono state ferite la provincia di Fermo, sono stati terremotati due volte gli ascolani ed è stata gettata nella paura la provincia di Ancona, che conta centinaia di sfollati. E a distanza di 75 giorni da quel primo terremoto nell’ascolano, le Marche continuano a tremare.

A Pescara del Tronto il terremoto un non ha solo distrutto case e ucciso persone. Ha fatto di peggio: ha colpito il cuore di un tessuto sociale sano e solidale. Se ne potrebbero raccontare tante di storie, ma è già stata fatta la conta dei deceduti e dei danni. Oggi serve mantenere l’attenzione sul solco più profondo: il sisma non ha solo distrutto un paese, ha spezzato la spina dorsale di una comunità. L’ho capito quando ho visto quelle poche centinaia di famiglie radunarsi nella tendopoli di Borgo il giorno dopo, quando mi hanno spiegato che a Pescara ci si conosceva tutti, quando ho parlato con il macellaio del paese, quando i funerali delle vittime sono diventati i funerali di tutti, quando ho conosciuto un gruppo di giovani che ogni estate si ritrovava lì, a Pescara, nelle case dei genitori e dei nonni migrati decenni prima ad Ascoli o a Roma in cerca di un lavoro. Ragazzi, accomunati dalle proprie radici e dalle origini dei propri familiari, che ogni estate si rivedono per trascorrere le vacanze nella spensieratezza di chi ha tra i 20 e i 25 anni. Cresciuti altrove. Per l’estate, il Natale, la Pasqua erano tutti lì, a Pescara, comunque amici. Chi era già partito, quando ha saputo del terremoto, ha preso altre ferie ed é tornato indietro per stare vicino agli amici sopravvissuti perché altri sono morti sotto le macerie. Non ci sono stati morti nel resto della regione, ma si contano migliaia di sfollati, decine di comuni abbandonati, danni incalcolabili alle opere d’arte e il rischio che, con i cittadini lontani e le attività commerciali bloccate, quella parte di entroterra possa subire un’emorragia che porti alla cancrena. Che si riparta sì, ma non si torni più la regione del passato. Stiamo attraversando la storia. Ora servono le case. Serve il lavoro. Ma soprattutto serve vincere la sfida più grande: rinascere come comunità. E’ questa la vera posta in gioco. Sarà possibile se i cittadini di Arquata e le Marche tutte non saranno lasciate sole. Ora è il momento più duro: dopo la reazione adrenalinica, arriva la consapevolezza di un dolore insopportabile. Ora serve mantenere da parte di tutti un’attenzione lucida e costante affinché le istituzioni pubbliche non cedano un centimetro nel processo di ricostruzione, scongiurando l’ipotesi che la politica, che non è altro da noi, possa fallire tra le grida soffocate di chi cerca ancora aiuto. Solo così gli arquatani, i maceratesi e i marchigiani potranno riavere una casa e un lavoro prima e tornare ad essere comunità poi. Potranno un giorno tornare alla vita vera.

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Stefano Pagliarini

Giornalista di strada. Classe 1984. Sono nato a Vercelli, mi sono laureato in Scienze Politiche all'università di Macerata e sono cresciuto ad Ancona. Ex Il Messaggero. Collaboro con Ancona Today e Citynews dal 2011. Mi sono sempre occupato soprattutto di cronaca nera e giudiziaria. Oltre quello c'è il nuoto, calcio, cinema e fumetti di Batman. Ho scritto un libro sulla legge Bossi-Fini, ma era un'altra vita.